Nascita di un padre: viaggio alla scoperta della paternità
Nascita di un padre: viaggio alla scoperta della paternità

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Una madre nasce contemporaneamente a suo figlio.

Un padre a volte aspetta degli anni prima di nascere.

(Fabrizio Caramagna)

Finora, nel blog, abbiamo parlato della mamma e del suo bambino, ma il padre? Quali sentimenti ed emozioni vive il padre di fronte alla gravidanza della sua compagna, al parto e all’arrivo del bebè? Non è difficile pensare che ciò che prova sia completamente diverso rispetto a ciò che vive e sperimenta in prima persona la donna perché il padre non ha il grande privilegio di portare in grembo il proprio figlio e dare la vita. È l’unica cosa che un uomo non sa fare e non è, decisamente, poca cosa.

Emblematico il dialogo con il padre di Raffaelli (1997) che vi riporto qui di seguito:

E’ l’unica esperienza umana al mondo che ti è impossibile: fare materialmente figli. È una condanna all’esclusione nel momento più importante. E’ un’assenza che ha il sapore dell’inferiorità. Non importa che tutto sia iniziato con la partecipazione anche del tuo seme, il valore simbolico della creazione della vita non è percepibile in un evento visibile solo al microscopio, sta nella pancia che cresce, nel feto che si nutre della fibra della madre, nell’espulsione finale di un corpo da un corpo. Da qui, da questa improvvisa percezione di impotenza nel momento cruciale della perpetuazione della vita, può nascere l’invidia delle capacità procreative femminili[1].

L’invidia delle capacità procreative femminili possono portare l’uomo a vivere il periodo della gravidanza con circospezione e distacco. Ciò non vuol dire che non voglia bene al figlio che sta per nascere ma, probabilmente, si sente inerme e inutile nel compito procreativo. Lui che è maschio, che è il “sesso forte”, si ritrova relegato ad un ruolo secondario. Usando una metafora calcistica (sport, generalmente, tanto amato dagli uomini), è come se l’uomo avesse giocato i primi dieci minuti per poi essere messo in panchina fino alla fine della partita. Non è facile, per un uomo, accettare tutto questo, accettare di essere messo in panchina e iniziare la sua partita da “papà” una volta che il bambino è nato. Infatti, si dice che la donna diventa mamma nel momento in cui scopre di essere rimasta incinta mentre l’uomo diventa papà nel momento in cui il bambino è nato e può concretamente prenderlo in braccio.

Ritornando alla metafora calcistica, la donna gioca tutto il tempo e lo fa sia a livello fisico che a livello mentale. L’uomo può solo assistere alla partita e il suo coinvolgimento può essere mentale, non di certo fisico visto che è seduto in panchina. Caliamo, ora, il tutto non più in termini metaforici ma in termini concreti.

Se la donna partorisce fisicamente e mentalmente, il padre deve necessariamente partorire solo di testa. Cosa vuol dire questo? La donna ha avuto 9 mesi per prepararsi all’evento. Ha avuto a disposizione tutti i cambiamenti del proprio corpo che l’hanno accompagnata durante il processo di scoperta e maturazione della maternità. L’uomo no. L’uomo, in questo, può solo che riportare ciò che la sua compagna gli racconta. Può solo vedere la trasformazione fisica e notare la trasformazione mentale e psicologica della donna ma non sarà lui a viverla in prima persona. Sappiamo perfettamente che vivere un’esperienza in prima persona è diverso da viverla come spettatore passivo e questo concetto è esattamente ciò che avviene durante la gravidanza e il parto.

L’uomo è spettatore passivo di un mutamento evolutivo straordinariamente complesso e articolato, che neppure la donna riesce a spiegare. Ecco perché l’uomo ha bisogno di conferme visive che gli arrivano prevalentemente dall’ecografia. Fateci caso. Un uomo dal ginecologo è particolarmente attratto e attento durante l’ecografia, fa domande al dottore e chiede per filo e per segno cosa sia quell’immagine che vede. Il canale visivo è l’unico canale che ha a disposizione per poter entrare in contatto virtuale con il proprio bambino. Un buon ginecologo, infatti, coinvolge maggiormente l’uomo durante l’ecografia perché è lui che ha bisogno di sentirsi padre e di iniziare quel processo evolutivo e di maturazione che lo porteranno alla paternità. Il padre diventa padre di testa, la madre lo diventa, sin da subito, in maniera completa: sia con il corpo che con la mente. È per questo motivo che si ritiene che il padre partorisca di testa perché la sua paternità viene conquistata soltanto tramite processi psichici. Esistono uomini che somatizzano la gravidanza ingrassando di pari passo con la propria compagna ma questo non può essere, in alcun modo, paragonato a ciò che vive e sperimenta la donna.

Il ruolo del padre viene ufficialmente riconosciuto in due momenti importanti che seguono la nascita del bambino: il taglio del cordone ombelicale e la registrazione del bambino all’anagrafe.

Il taglio del cordone ombelico è un momento simbolicamente fondamentale per il padre che può interrompere quella simbiosi madre-bambino durata 9 mesi e da cui si sentiva inevitabilmente escluso. Questo taglio simbolico dà il via ad una nuova fase della vita del piccolo dove il padre è parte attiva e non più passiva. La responsabilità della sua crescita e sviluppo passano anche attraverso il padre che si sente, così, investito di poteri che non possedeva durante il periodo della gravidanza. Resta, comunque, la consapevolezza che la simbiosi madre-bambino è difficile da sciogliere e non sarà di sicuro il taglio del cordone ombelicale a sancire la separazione e l’allontanamento della coppia mamma-bambino. Non sarebbe nemmeno possibile visto che il bambino, appena nato, ha bisogno di ritrovare la sicurezza e il calore di chi riconosce già. La gravidanza è un po’ come una storia d’amore tra la mamma e il suo bambino che continua e si alimenta sempre di più anche dopo la nascita evolvendosi in un amore più completo e appagante dove entrambi gli innamorati si trovano nella stessa dimensione: quella reale.

Il padre si inserisce in questa coppia amorosa per introdurre il bambino nel mondo reale, un mondo non più fatto solo del rapporto con la mamma, ma ricco di altre relazioni che lo faranno crescere e diventare adulto. E’ proprio in questa introduzione al mondo reale e non più simbiotico, che il padre svolge un ruolo fondamentale e la registrazione del bambino all’anagrafe sancisce proprio questo momento. Non so se avete presente il film di animazione “Il Re Leone”, quando il re leone mostra al suo popolo, il neonato leoncino Simba. Una scena molto famosa dove, su un alto ripiano, la scimmia consigliera del re alza il leoncino appena nato e lo mostra al mondo. Diciamo che, metaforicamente, è ciò che fa un padre quando presenta al mondo intero il suo bambino. Lo dichiara nato e lo presenta allo Stato nel quale la famiglia vive in una dichiarazione legale che sancisce l’ingresso in società del bambino. Il papà viene investito di questo ruolo, è un vero e proprio tramite tra la madre e il mondo esterno, tra l’idillio della simbiosi madre-bambino suggellata dall’allattamento al seno e il primo passo del bambino verso la scoperta del mondo.

 

Curiosità: anche i papà possono soffrire di depressione post parto[2]

La depressione post parto colpisce anche l’uomo. Sono 5 su 100 i papà che possono entrare nel tunnel della depressione post parto con tutti i sintomi tipici di questo tipo di depressione. Sembrerebbe che questa forma depressiva sia una reazione allo stress della nascita e, generalmente, si risolve entro un anno. L’unico problema riscontrato dalla ricerca del dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli è che, un papà che soffre di depressione post parto può diventare aggressivo e violento nei confronti della donna e del bambino.

 

Consiglio: Papà, prenditi qualche giorno di ferie!

Caro papà, quando nasce il tuo bambino, prenditi, se puoi, qualche giorno di ferie. L’ideale sarebbe una decina di giorni per aiutare la tua compagna una volta tornati a casa.

Paradossalmente è meglio prendere giorni di ferie quando la neomamma è stata dimessa dall’ospedale piuttosto che quando è ancora in ospedale. Infatti, quando la mamma è ancora in ospedale, può avvalersi del valido aiuto di ostetriche e della nursery dove si può portare il bambino per riposare un po’.

Una volta a casa, invece, la mamma dovrà affrontare tutto da sola, senza aiuto di esperte che la possano supportare anche nei momenti difficili o nelle paure quotidiane su come gestire la new entry.

Tu puoi essere un grande supporto per la mamma. Ovviamente non puoi sostituirti a lei per l’allattamento al seno (diverso è se l’allattamento avviene tramite biberon), ma puoi sostituirti a lei nel cambio pannolino, nel cullare il bambino o tenerlo in braccio per fargli fare il ruttino. E non solo! Sarai di grande aiuto anche nelle faccende domestiche come preparare la cena, lavare i piatti, fare la spesa e via dicendo.

Ricordati che la mamma si deve riprendere dal parto tanto quanto il bambino. Stare a casa 10-15 giorni insieme alla vostra nuova famiglia, ti farà anche capire quanto sia difficile gestire un neonato e quanto la tua compagna meriti supporto e rispetto anche nei momenti no.

 

[1] Raffaelli, M., I nuovi padri alla  ricerca di un’identità, in “D&D” n.19, L’uomo padre, 1997, pp. 22-27

[2] Fonte: www.ondaosservatorio.it

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